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Se la grande Sarah Bernhardt incarnò a 56 anni L’Aiglon
nel dramma di Edmond Rostand dedicato al figlio adolescente di Napoleone,
perché stupirsi se il quasi 50enne Roberto Benigni (li festeggia domenica
27) ha voluto indossare il vestituccio di carta fiorita di Pinocchio? Del
resto, nella lunga storia delle trasformazioni sceniche del burattino,
ripercorsa dal sapientissimo Folco Quilici nell’affascinante
documentario Viaggio nel mondo di Pinocchio (su Rai3 il 20 alle 23, un
orario scelto con cura perché i bambini non possano vederlo), figurano
Pinocchi d’ogni età e colori, parlanti tutte le lingue del pianeta. In
tale affollato contesto il «piccolo diavolo» si distingue per la mimica
davvero burattinesca: appena sbozzato dal pezzo di legno che già di per sé
abbiamo visto attraversare il villaggio con l’impeto di un’allegra
calamità, il nostro saltella, si sbraccia, zompa e, per dirla con le sue
parole, «corre anche quando sta fermo ». Però la carta vincente è la
dizione amorosamente scandita, che non fa perdere una sillaba e consente
di assaporare il lessico del libro con quel tanto di toscanità nella
battuta che è come l’olio di frantoio sul crostino. Benigni che recita
Collodi prima di essere un grande interprete appare una specie di
filologo; e ha la stessa serietà di Benigni che legge Dante. Meriterebbe
insomma, i signori fotografi permettendo, un bis della laurea ad honorem.
Qui Roberto si conferma un vero innamorato degli attori. Nella sua
concertazione tutti figurano al meglio, dalla soave fatina di Nicoletta
Braschi all’accattivante Lucignolo di Kim Rossi Stuart, dal Grillo
sentenzioso di Peppe Barra al toccante Geppetto di Carlo Giuffrè.
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