PINOCchio

con Roberto Benigni, Kim Rossi Stuart, Nicoletta Braschi, Carlo Giuffré, Peppe Barra

Se la grande Sarah Bernhardt incarnò a 56 anni L’Aiglon nel dramma di Edmond Rostand dedicato al figlio adolescente di Napoleone, perché stupirsi se il quasi 50enne Roberto Benigni (li festeggia domenica 27) ha voluto indossare il vestituccio di carta fiorita di Pinocchio? Del resto, nella lunga storia delle trasformazioni sceniche del burattino, ripercorsa dal sapientissimo Folco Quilici nell’affascinante documentario Viaggio nel mondo di Pinocchio (su Rai3 il 20 alle 23, un orario scelto con cura perché i bambini non possano vederlo), figurano Pinocchi d’ogni età e colori, parlanti tutte le lingue del pianeta. In tale affollato contesto il «piccolo diavolo» si distingue per la mimica davvero burattinesca: appena sbozzato dal pezzo di legno che già di per sé abbiamo visto attraversare il villaggio con l’impeto di un’allegra calamità, il nostro saltella, si sbraccia, zompa e, per dirla con le sue parole, «corre anche quando sta fermo ». Però la carta vincente è la dizione amorosamente scandita, che non fa perdere una sillaba e consente di assaporare il lessico del libro con quel tanto di toscanità nella battuta che è come l’olio di frantoio sul crostino. Benigni che recita Collodi prima di essere un grande interprete appare una specie di filologo; e ha la stessa serietà di Benigni che legge Dante. Meriterebbe insomma, i signori fotografi permettendo, un bis della laurea ad honorem. Qui Roberto si conferma un vero innamorato degli attori. Nella sua concertazione tutti figurano al meglio, dalla soave fatina di Nicoletta Braschi all’accattivante Lucignolo di Kim Rossi Stuart, dal Grillo sentenzioso di Peppe Barra al toccante Geppetto di Carlo Giuffrè. 

Il quale fa male a protestare per i tagli subiti, perché questo personaggio rappresenta comunque un vertice della sua carriera.
Le esaltanti fantasmagorie dell’art director Danilo Donati, sull’onda delle musiche di Nicola Piovani, ci ricordano che siamo dalle parti di Fellini; ma arrivo a dire, pur rimpiangendo che Federico non abbia potuto concretare il Pinocchio annunciato, che questo di Benigni si muove con una leggerezza raramente attinta negli ultimi film del Maestro. E riesce nell’intento di introdurre il cinema tipicamente italiano della realtà nei nuovi misteriosi territori degli effetti speciali senza conflittualità nè distonie. Purtroppo, fra le polemiche sulle assenze di Benigni dai girotondi e sul fatto che il film è distribuito da Berlusconi, dei valori di Pinocchio si è finora parlato poco. Ma il pubblico dei grandi e dei piccini, supremo giudice, se ne accorgerà lo stesso.